IL MIO BLOG

2026.04.14 – IL RICORDO.

14 aprile 2026

Torna alla mente.
Scuote il momento, come un improvviso fulgore che rischiara il presente.
Si riaffaccia alla vita con l’esperienza di ciò che è stato, per qualcuno.
Eppure, se di una verità è altrettanto vero l’opposto,
allora il tempo di allora può mitigare o trafiggere il presente.
Il pascolo della vita offre sempre risorse pregiate,
ma anche amari bocconi.
Il ricordo dell’esperienza vissuta ritorna
come crudele custode
di ciò che eri
e di come, ora, sei diventato.

 

2026.04.13 – LA FRATTURA E LA PROMESSA … MANTENUTA.

13 aprile 2026
Sono l’una e 20 e questa notte sono nel mio letto, a casa e non al lavoro … stasera ho abdicato per qualcuno che ha bisogno quanto me di arrotondare qualche spicciolo per andare avanti.
Sto finalmente riposando, almeno credo, ma nonostante questo effimero istante di normalità nel profondo del mio animo sono turbato.
Non capisco questa incapacità ad essere contento, appagato dí ciò che sono e forse xchè non ho niente.
Nulla di cui ho la disponibilità è mio, proprio niente, se non la vita per cui sto sopravvivendo da sempre.
Forse è questo il mio destino essere ciò che sono e non ciò che possiedo.
Io sono ciò che ho deciso di essere ed è questa la promessa mantenuta, forse fatta ancora prima della mia nascita.
Ricordo, dopo essere stato destituito una prima volta dalla polizia, mentre ero chiuso nella mia camera, sopraffatto dagli accadimenti, seduto per terra, ho in cuor mio rinnovato tale promessa a Dio.
Profondamente nell’animo ho ritualizzato il mio impegno, ero alla sua presenza, solo e nudo, solo ma senza rimpianto.
Mi tornano in mente una moltitudine di episodi che mi sembra di aver dimenticato, ma che un po’ alla volta stanno emergendo da una foschia che si sta diradando.
La nostalgia di casa, d’infantile memoria, sta tornando a ricordarmi quanto già allora anelavo ad essa.
Perché riecheggiano in me adesso questi frammenti di vita, come mai ora.
Forse perché è adesso che devono emergere e trovare la giusta collocazione anche nel libro che sono spinto a scrivere.
Forse ora ho capito che non posso più limitarmi a sopravvivere dentro un sistema che non riconosco.
Questa consapevolezza mi ha portato a fare una scelta.
Non facile.
Ma inevitabile.

 

2026.04.10 – SOPRAVVIVERE A SE STESSI

COME SOPRAVVIVO A ME STESSO?
11 aprile 2026
come sopravvivere a se stessi
Oggi ho incontrato il vicino con cui, nei giorni scorsi, avevo concordato un intervento di manutenzione al giardino di casa.
Ha fatto davvero un ottimo lavoro: ha tagliato l’erba, sistemato le siepi, riportando ordine dove ce n’era bisogno.
Sono contento di questa possibilità, nata semplicemente dalla disponibilità di una persona vicina.
E proprio da questo nasce una riflessione.
Mi accorgo che riesco quasi sempre a instaurare buoni rapporti con le persone che incontro.
Rapporti semplici, ma veri.
E, nel tempo, questi rapporti non si perdono: si consolidano.
Penso a luoghi che frequento con continuità.
Al bar Aurora, dove vado da circa un anno: lì ho costruito rapporti cordiali con tutti.
C’è rispetto, c’è confidenza, c’è una forma di riconoscimento reciproco.
Penso anche al bar di Rino e di sua moglie Barbara.
Per me non è solo un posto dove prendere un caffè.
È diventato un punto di riferimento.
Ci vado per incontrarli, per scambiare due parole, anche solo per un saluto.
E allora mi pongo una domanda.
Perché questo equilibrio, questa semplicità nei rapporti, non accade quando incontro persone che mi toccano davvero dentro?
Persone che smuovono qualcosa nell’animo, che fanno nascere una speranza più profonda.
È come se lì qualcosa si interrompesse.
Come se esistesse un limite invisibile che non riesco a superare.
E mi ritrovo a pensare che forse devo accontentarmi.
Non pretendere oltre ciò che la vita sembra concedermi.
Come se una parte più autentica, più profonda, non mi appartenesse davvero.
E allora mi chiedo, con sincerità:
sto vivendo…
o sto semplicemente sopravvivendo a me stesso?
Cosa mi impedisce oggi di vivere fino in fondo ciò che sento?

2026.04.11 – UN INASPETTATO MA FELICE INCONTRO

11 aprile 2026
sono in ufficio dopo un’inaspettato ma felice incontro
Oggi, intorno alle 14:10, mi sono recato in un luogo dove passo spesso.
Un posto abituale, uno di quelli che fanno parte della quotidianità.
E proprio lì, in modo del tutto inaspettato, ho incontrato un amico che non vedevo da mesi.
Da quando ha cambiato lavoro era sparito.
Fino a poco tempo fa lavorava proprio in quel centro, ed era facile incrociarlo, scambiare due parole, condividere anche solo qualche momento di serenità.
Oggi mi ha colpito il suo modo di reagire.
Appena mi ha visto passare nel parcheggio con l’auto, è sceso subito dal suo veicolo e mi è venuto incontro.
Mi ha porto la mano, con un sorriso sincero.
Abbiamo iniziato a parlare come se il tempo non fosse mai passato.
È stato un momento semplice, ma vero.
Mi ha detto che non aveva più il mio numero di telefono, così, ancora una volta, gli ho lasciato il mio biglietto da visita.
Mi ha detto che quel posto resta per lui un punto di riferimento, soprattutto il sabato in tarda mattinata.
Sono contento di averlo incontrato di nuovo.
Ma ciò che mi ha colpito davvero è stato l’entusiasmo con cui mi ha salutato.
Perché, nel mio percorso, ho visto anche altro.
Ho visto persone sparire senza spiegazioni.
Ho visto legami sciogliersi nel silenzio.
Ho visto voltarsi dall’altra parte proprio quando sarebbe bastato poco per restare.
E forse è anche per questo che oggi questo incontro ha avuto un peso diverso.
Perché, in un tempo in cui molti si allontanano senza nemmeno voltarsi indietro,
ritrovare qualcuno che ti viene incontro con un sorriso sincero… non è cosa scontata.
Sono questi piccoli momenti, silenziosi e improvvisi,
che ti ricordano che non tutto si perde.
E che, nonostante tutto quello che è stato,
qualcosa di autentico… rimane.

ANNI 80 – RICORDI IN POLIZIA – IN VIAGGIO IN TRENO VERSO ROMA

RICORDI IN POLIZIA – ANNI ’80

In viaggio in treno verso Roma

Sarà vero che la notte porta consiglio.
A me, spesso, porta ricordi.
E così mi tornano alla mente episodi di quando ero in Polizia, al Reparto Celere di Padova, nei primi anni ’80.
In quel periodo una parte del reparto era dislocata a Roma, presso una caserma della Polizia Stradale in località Settebagni.
Stavo rientrando proprio lì.
Avevo preso il treno da Vicenza e, arrivato a Padova, avevo fatto il cambio per proseguire verso Roma.
Durante il viaggio, mentre mi dirigevo verso il bagno, notai qualcosa che non mi convinse: un involucro abbandonato vicino a una porta di uscita.
Sembrava un piccolo bagaglio… ma da lì usciva del fumo.
Erano anni difficili, segnati da attentati e tensioni.
Non era qualcosa da prendere alla leggera.
Avvisai subito il controllore, qualificandomi come appartenente alla Polizia.
Anche lui, alla vista di quel bagaglio incustodito e fumante, si preoccupò immediatamente.
A quel punto chiesi il fermo del treno per poter intervenire in sicurezza.
Eravamo ormai prossimi alla stazione di Settebagni, poco prima di Roma.
Presi il pacco e lo portai giù dal treno, allontanandomi in una zona sicura.
Fu proprio in quel momento che si fece avanti una persona, dichiarando che il bagaglio era suo.
Disse che conteneva pellicole fotografiche che, probabilmente per un fenomeno di emulsione, avevano iniziato a fumare.
L’allarme rientrò.
Nonostante ciò, ritenni doveroso informare la Polfer di Roma.
E così, pur essendo già arrivato a Settebagni, dovetti risalire su un altro treno e raggiungere Roma Termini per redigere il rapporto sull’accaduto.
Dopo aver consegnato tutto alla Polfer competente, rientrai al reparto.
Gli operatori della Polfer mi fecero i complimenti per come avevo gestito la situazione.
Ma al mio rientro a Settebagni accadde qualcosa che non mi aspettavo.
Il mio comando non ritenne nemmeno necessario prendere atto del rapporto.
Non diede alcun peso a quanto accaduto.
Eppure avevo agito fuori servizio, con senso del dovere, assumendomi responsabilità in un contesto che poteva essere pericoloso.
Quella mancanza di attenzione mi lasciò una profonda amarezza.
Ma, allo stesso tempo, rafforzò in me una certezza:
avevo fatto il mio dovere.
E questo, nessuno, poteva togliermelo.

 

2026.04.07 – A RUFUS

7 aprile 2026

Non eri solo un cane.
Eri presenza.
Nelle notti lunghe, nei silenzi che pesano, tu c’eri sempre.
Senza fare domande, senza chiedere nulla.
Ti bastava starmi accanto.
Hai visto momenti che pochi conoscono,
hai condiviso strade, pensieri, solitudini.
E senza parlare, mi hai insegnato più di tante parole.
La tua fedeltà non aveva condizioni.
Il tuo sguardo non giudicava.
E forse è proprio questo che resta: non il tempo passato,
ma tutto quello che abbiamo vissuto insieme.
Rufus…
tu non sei stato “con me”.
Sei stato parte di me.

2026.04.06 – LUN DELL’ANGELO, PASQUETTA

4 aprile 2026
Eccomi ancora qui, appostato con la vettura in un angolo della zona ovest, a ridosso dell’esposizione dei mezzi agricoli.
Però non è l’aspetto lavorativo che maggiormente temo.
È l’immobilità di un’evoluzione emozionale.
Come se mi fossi fermato anni fa.
Forse da sempre.
Perché ora mi sembra quasi di assecondare passivamente la forzata solitudine.
Adesso sono le 2,15 e il tempo sembra rallentare.
Ho acceso l’auto xché si è abbassata la temperatura a 10 gradi, comunque non male.
Il cielo è avaro di stelle e non scorgo la luna.
Il buio mi circonda nonostante i fari che illuminano i parcheggi agevolino un poco lo sguardo.
Più tardi ho scorto la luna, occultata prima anche dal limite dell’abitacolo dell’auto.
Adesso sono le 4,49 e mi accingo a terminare il mio servizio.

2026.04.05 – LA NOTTE DI DOMENICA DI PASQUA

4 aprile 2026 – domenica di Pasqua.
Sono quasi le 23.30 e sto indugiando un po’ sul dove posizionarmi con l’auto all’interno del sito, che è troppo vasto con molteplici punti sensibili.
Con i costi proibitivi del carburante di questi giorni è improponibile rimanere per tutta la notte con il motore acceso e spostarmi in continuazione per raggiungere gli obbiettivi ai quali porre maggiore attenzione.
Assicuratomi la copertura dell’area d’ingresso principale con il sensore di movimento, posso spostarmi in zona centrale, anche se più rischiosa.
Comunque farò buon viso a cattiva sorte e confido nel mio angelo custode.
La luna è alta nel cielo ma è un po’ velata da qualche timida nuvoletta.
Sono passati quindici minuti oltre le 4 e i 10 gradi esterni, non sono poi male.
Allungo il braccio oltre lo schienale e raggiungo Black, completamente sdraiato sul sedile e lo accarezzo sul dorso.
Si alza, si scrolla un po’ e si mette seduto.
Osserva fuori dal finestrino e accenna ad un ringhio, ma non c’è nessun umano ma solo un topo che velocissimo attraversa lo sterrato.
A quest’ora il sonno appesantisce lo sguardo ma sono ancora abbastanza vigile.
Mi preparo così a lasciare il servizio, che fra poco volge al termine e sono grato per il dipanarsi di queste ore notturne senza accadimenti particolari.

 

2026.04.05 – BUONA PASQUA 2026

Auguri a tutti per un’autentica Pasqua di resurrezione.
Auguro all’umanità di saper far tesoro del sacrificio di Cristo,
morto per tutti noi per renderci degni di accedere al Suo Regno
e per fare di questa esperienza terrena un’opportunità migliore,
fondata su un amore universale e incondizionato.

2026.04.04 – NOTTE DI PASQUA

4 aprile 2026 – sab
È la notte di Pasqua.
Auguri a tutti per un’autentica Pasqua di resurrezione.
Auguro all’umanità di saper far tesoro del sacrificio di Cristo,
morto per tutti noi per renderci degni di accedere al Suo Regno
e per fare di questa esperienza terrena un’opportunità migliore,
fondata su un amore universale e incondizionato.
Sono le 23.06.
La temperatura è di 10 gradi.
Il cielo è sgombro di nubi: qualche stella si intravede,
ma la luna ancora non riesco a scorgerla.
Troppa luce artificiale illumina la terra,
ma oscura il cielo.
Ora sono le 03.09.
La luna appare, quasi piena, alta in un cielo povero di stelle.
La temperatura è scesa a 7 gradi,
ma in auto si sta ancora bene.
Spengo i fari.
Spengo il lampeggiante arancione.
Cerco riparo dal sonno accostato a una siepe fiorita
e a una piccola casetta di legno, vicino allo stand del food.
Tutto intorno è silenzio.
Spengo anche il motore.
Ed è lì che me ne accorgo:
anche il silenzio fa rumore.
Un ronzio sottile, vibrante,

Sarà la notte…ma i ricordi d’infanzia tornano.
Mi rivedo in classe, alla scuola elementare.
Seduto al banco, ascoltavo con attenzione una lezione di educazione civica della maestra Lucia Seganfredo
che riecheggia dentro le mie orecchie.
E già allora lo sentivo:
le cose dovevano essere diverse.
Dovevano cambiare.
In meglio.
E dentro di me
era come se non fossi lì,
ma seduto alla scrivania
di un ufficio istituzionale.