IL MIO BLOG

ANNI 80 – RICORDI IN POLIZIA – IN VIAGGIO IN TRENO VERSO ROMA

RICORDI IN POLIZIA – ANNI ’80

In viaggio in treno verso Roma

Sarà vero che la notte porta consiglio.
A me, spesso, porta ricordi.
E così mi tornano alla mente episodi di quando ero in Polizia, al Reparto Celere di Padova, nei primi anni ’80.
In quel periodo una parte del reparto era dislocata a Roma, presso una caserma della Polizia Stradale in località Settebagni.
Stavo rientrando proprio lì.
Avevo preso il treno da Vicenza e, arrivato a Padova, avevo fatto il cambio per proseguire verso Roma.
Durante il viaggio, mentre mi dirigevo verso il bagno, notai qualcosa che non mi convinse: un involucro abbandonato vicino a una porta di uscita.
Sembrava un piccolo bagaglio… ma da lì usciva del fumo.
Erano anni difficili, segnati da attentati e tensioni.
Non era qualcosa da prendere alla leggera.
Avvisai subito il controllore, qualificandomi come appartenente alla Polizia.
Anche lui, alla vista di quel bagaglio incustodito e fumante, si preoccupò immediatamente.
A quel punto chiesi il fermo del treno per poter intervenire in sicurezza.
Eravamo ormai prossimi alla stazione di Settebagni, poco prima di Roma.
Presi il pacco e lo portai giù dal treno, allontanandomi in una zona sicura.
Fu proprio in quel momento che si fece avanti una persona, dichiarando che il bagaglio era suo.
Disse che conteneva pellicole fotografiche che, probabilmente per un fenomeno di emulsione, avevano iniziato a fumare.
L’allarme rientrò.
Nonostante ciò, ritenni doveroso informare la Polfer di Roma.
E così, pur essendo già arrivato a Settebagni, dovetti risalire su un altro treno e raggiungere Roma Termini per redigere il rapporto sull’accaduto.
Dopo aver consegnato tutto alla Polfer competente, rientrai al reparto.
Gli operatori della Polfer mi fecero i complimenti per come avevo gestito la situazione.
Ma al mio rientro a Settebagni accadde qualcosa che non mi aspettavo.
Il mio comando non ritenne nemmeno necessario prendere atto del rapporto.
Non diede alcun peso a quanto accaduto.
Eppure avevo agito fuori servizio, con senso del dovere, assumendomi responsabilità in un contesto che poteva essere pericoloso.
Quella mancanza di attenzione mi lasciò una profonda amarezza.
Ma, allo stesso tempo, rafforzò in me una certezza:
avevo fatto il mio dovere.
E questo, nessuno, poteva togliermelo.

ANNI 80 – UNA SENSAZIONE DI PERICOLO

Anni 80

Erano gli anni Ottanta.
Ero stato da poco trasferito dal Reparto Celere di Padova alla Questura di Verona.
Il primo incarico fu alla UIGOS, l’Ufficio Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, quella che, di fatto, era la polizia politica della Questura.
Ricordo in particolare un servizio.
Ero insieme a un collega — se non sbaglio si chiamava Cecere — ed eravamo incaricati della scorta al giudice Pavone, procuratore capo della Repubblica di Verona, credo.
Eravamo fermi con l’auto di servizio in piazza Dante, una zona chiusa al traffico, vicino alla Prefettura e alla Procura.
L’auto era un’Alfa Romeo Giulia verde, un verde smeraldo che ancora oggi ricordo bene.
Stavamo attendendo l’uscita del procuratore.
A un certo punto scesi per prendere un caffè al bar nella stessa piazza.
Mentre lo sorseggiavo, guardando fuori dalla vetrina, notai qualcosa che mi colpì.
C’era una coppia seduta a un tavolino esterno.
Un’altra coppia, passando, si avvicinò e lasciò cadere un foglio di carta.
L’uomo seduto lo raccolse e lo lesse.
Un gesto rapido, ma non casuale.
Io ero in abiti civili, ma indossavo il giubbotto antiproiettile sotto una sahariana.
Probabilmente ero stato notato.
Tornato all’auto, avvisai il collega.
Poco dopo vidi quella coppia avvicinarsi con fare circospetto proprio verso la nostra auto.
Rimasero lì qualche istante, poi si allontanarono.
Non accadde nulla.
Ma ricordo bene la sensazione.
Era un periodo in cui le Brigate Rosse erano ancora attive, e certi segnali non potevano essere ignorati.
Dopo alcune settimane, anche per altre ragioni che spiegherò, decisi di non voler più svolgere quel tipo di servizio.
Chiesi di essere trasferito ai servizi ordinari in uniforme.

Ricordo anche un altro episodio.
Una sera partii da Vicenza, da casa mia, e presi il treno per Verona.
Mi sedetti nell’ultimo scompartimento dell’ultimo vagone.
Indossavo il cappotto dell’uniforme e avevo in tasca la pistola d’ordinanza, una Beretta modello 51, con caricatore monofilare da otto colpi.
Mi assopii per un attimo.
Poi sentii la porta dello scompartimento aprirsi.
Alzai lo sguardo.
Nel corridoio c’erano due uomini e, tra loro, una donna.
Lei teneva la mano destra dentro la borsetta.
Istintivamente mi alzai, con la mano nella tasca, e incrociai i loro sguardi.
Per un attimo ebbi paura.
Non accadde nulla.
Non feci nulla.
E neppure loro.
Dopo qualche istante se ne andarono.
Raggiunsi Verona e mi recai in Prefettura, dove svolsi il servizio notturno insieme a un appuntato di origine slovena, se non ricordo male.

“ANNI 80” – IL MIO PRIMO SERVIZIO OPERATIVO AL II^ REPARTO CELERE DI PADOVA

Il mio primo servizio al II Reparto Celere della Polizia di Stato fu un turno serale, a Padova.
Erano i primi anni Ottanta, credo il 1980 o il 1981.
Ero poco più che un ragazzo.
Ero stato assegnato al pronto impiego insieme a una squadra del Reparto.
Quella sera ero addetto al TS, il fucile che spara lacrimogeni.
A un certo punto arrivò l’ordine: prepararci immediatamente.
Alcune guardie carcerarie del carcere di Padova erano state prese in ostaggio da detenuti.
Salimmo sullo scudato e ci dirigemmo verso il centro città, davanti al carcere.
All’epoca non esisteva ancora quello dei “Due Palazzi”.
Ci fu ordinato di lasciare l’armamento individuale sul mezzo.
Io però dovevo portare con me il fucile TS e uno zainetto con i lacrimogeni.
Entrammo nel carcere.
Ci portarono sopra una lunga scalinata stretta, fino a una stanza dove alcuni funzionari stavano trattando con i rivoltosi, barricati all’interno insieme alle guardie.
A un certo punto il brigadiere Viola, che comandava la squadra, ci ordinò di disporci lungo la scala e prepararci per il cosiddetto “cordone di Sant’Antonio”.
Io non sapevo nemmeno cosa fosse.
Il brigadiere, con tono deciso, mi disse di sbrigarmi: da lì a poco i detenuti sarebbero usciti di corsa dalla stanza e dovevano essere colpiti lungo la discesa dai celerini, disposti sui lati della scalinata, con lo sfollagente.
Io non avevo lo sfollagente.
Avevo solo il fucile.
Lo guardai, senza sapere cosa fare.
Il brigadiere mi disse, quasi rimproverandomi, di usare il calcio del fucile.
In quel momento uno dei detenuti uscì e si accasciò proprio davanti a me, come per una caduta.
Il brigadiere mi ordinò di colpirlo.
Io non ci riuscii.
Appoggiai appena il calcio del fucile sulla sua spalla.
Lui mi guardò.
Uno sguardo stupito, quasi incredulo.
Poi si rialzò e se ne andò.
Poco dopo il servizio si concluse.
Rientrammo in caserma.
Quello era stato il mio primo servizio operativol II^ CELERE DI PADOVA
Avevo poco più di diciotto anni.

 

2026.04.07 – A RUFUS

7 aprile 2026

Non eri solo un cane.
Eri presenza.
Nelle notti lunghe, nei silenzi che pesano, tu c’eri sempre.
Senza fare domande, senza chiedere nulla.
Ti bastava starmi accanto.
Hai visto momenti che pochi conoscono,
hai condiviso strade, pensieri, solitudini.
E senza parlare, mi hai insegnato più di tante parole.
La tua fedeltà non aveva condizioni.
Il tuo sguardo non giudicava.
E forse è proprio questo che resta: non il tempo passato,
ma tutto quello che abbiamo vissuto insieme.
Rufus…
tu non sei stato “con me”.
Sei stato parte di me.

2026.04.06 – LUN DELL’ANGELO, PASQUETTA

4 aprile 2026

Eccomi ancora qui, appostato con la vettura in un angolo della zona ovest, a ridosso dell’esposizione dei mezzi agricoli.
Però non è l’aspetto lavorativo che maggiormente temo.
È l’immobilità di un’evoluzione emozionale.
Come se mi fossi fermato anni fa.
Forse da sempre.
Perché ora mi sembra quasi di assecondare passivamente la forzata solitudine.
Adesso sono le 2,15 e il tempo sembra rallentare.
Ho acceso l’auto xché si è abbassata la temperatura a 10 gradi, comunque non male.
Il cielo è avaro di stelle e non scorgo la luna.
Il buio mi circonda nonostante i fari che illuminano i parcheggi agevolino un poco lo sguardo.
Più tardi ho scorto la luna, occultata prima anche dal limite dell’abitacolo dell’auto.
Adesso sono le 4,49 e mi accingo a terminare il mio servizio.

2026.04.05 – LA NOTTE DI DOMENICA DI PASQUA

4 aprile 2026 – domenica di Pasqua.
Sono quasi le 23.30 e sto indugiando un po’ sul dove posizionarmi con l’auto all’interno del sito, che è troppo vasto con molteplici punti sensibili.
Con i costi proibitivi del carburante di questi giorni è improponibile rimanere per tutta la notte con il motore acceso e spostarmi in continuazione per raggiungere gli obbiettivi ai quali porre maggiore attenzione.
Assicuratomi la copertura dell’area d’ingresso principale con il sensore di movimento, posso spostarmi in zona centrale, anche se più rischiosa.
Comunque farò buon viso a cattiva sorte e confido nel mio angelo custode.
La luna è alta nel cielo ma è un po’ velata da qualche timida nuvoletta.
Sono passati quindici minuti oltre le 4 e i 10 gradi esterni, non sono poi male.
Allungo il braccio oltre lo schienale e raggiungo Black, completamente sdraiato sul sedile e lo accarezzo sul dorso.
Si alza, si scrolla un po’ e si mette seduto.
Osserva fuori dal finestrino e accenna ad un ringhio, ma non c’è nessun umano ma solo un topo che velocissimo attraversa lo sterrato.
A quest’ora il sonno appesantisce lo sguardo ma sono ancora abbastanza vigile.
Mi preparo così a lasciare il servizio, che fra poco volge al termine e sono grato per il dipanarsi di queste ore notturne senza accadimenti particolari.

 

2026.04.05 – BUONA PASQUA 2026

Auguri a tutti per un’autentica Pasqua di resurrezione.
Auguro all’umanità di saper far tesoro del sacrificio di Cristo,
morto per tutti noi per renderci degni di accedere al Suo Regno
e per fare di questa esperienza terrena un’opportunità migliore,
fondata su un amore universale e incondizionato.

2026.04.04 – NOTTE DI PASQUA

4 aprile 2026 – sab
È la notte di Pasqua.
Auguri a tutti per un’autentica Pasqua di resurrezione.
Auguro all’umanità di saper far tesoro del sacrificio di Cristo,
morto per tutti noi per renderci degni di accedere al Suo Regno
e per fare di questa esperienza terrena un’opportunità migliore,
fondata su un amore universale e incondizionato.
Sono le 23.06.
La temperatura è di 10 gradi.
Il cielo è sgombro di nubi: qualche stella si intravede,
ma la luna ancora non riesco a scorgerla.
Troppa luce artificiale illumina la terra,
ma oscura il cielo.
Ora sono le 03.09.
La luna appare, quasi piena, alta in un cielo povero di stelle.
La temperatura è scesa a 7 gradi,
ma in auto si sta ancora bene.
Spengo i fari.
Spengo il lampeggiante arancione.
Cerco riparo dal sonno accostato a una siepe fiorita
e a una piccola casetta di legno, vicino allo stand del food.
Tutto intorno è silenzio.
Spengo anche il motore.
Ed è lì che me ne accorgo:
anche il silenzio fa rumore.
Un ronzio sottile, vibrante,

Sarà la notte…ma i ricordi d’infanzia tornano.
Mi rivedo in classe, alla scuola elementare.
Seduto al banco, ascoltavo con attenzioneuna lezione di educazione civica della maestra Lucia Seganfredo
che riecheggia dentro le mie orecchie.
E già allora lo sentivo:
le cose dovevano essere diverse.
Dovevano cambiare.
In meglio.
E dentro di me
era come se non fossi lì,
ma seduto alla scrivania
di un ufficio istituzionale.

2026.04.02 – MEMORIE NON SOLO DI POLIZIA

2 aprile 2026
Tempo fa, quando ero ancora in servizio in Polizia, un esorcista – credo Monsignor Magaton, incaricato dal Vescovo – dopo numerosi rituali mi disse che non ero impossessato, ma vessato dal demonio.
Ricordo che una notte gli portai un rosario spezzato in tre parti.
Era fatto di petali di rosa.
Lo avevo lasciato intatto sul comodino.
Quella notte fu diversa.
Come se una tempesta infuriasse.
Mi alzai più volte, ma oltre i vetri non c’era nulla:
né vento, né pioggia.
Solo dentro.
All’alba, il telefono sul comodino squillò.
Una voce di donna, agitata:
“Ma… ma… ma come!”
Poi il silenzio.
E vidi anche quelle che allora chiamai “larve”:
ammassi scuri, veloci, che attraversavano le stanze.
Avevo preso quell’appartamento da pochi giorni.
Lo lasciai poco dopo.
Il proprietario non lo avevo mai visto.
Solo sentito al telefono.
Viveva in Calabria.
La stessa terra da cui ero appena stato trasferito alla Questura di Treviso.
Era il 1989.
Un anno pesante.
Gravoso.
Di quello, per ora, non voglio parlare.

Eppure, non basta.

2026.04.02 – RICORDI DI RINUNCE E SOLITUDINE

2 aprile 2026
Siamo in settimana santa.
Venerdì santo.
E mi accorgo che quei giorni, un tempo così importanti, oggi mi scivolano addosso.
Non ho voglia di viverli da solo.
Sono stanco di ritrovarmi solo in Chiesa,
come al ristorante, seduto a un tavolo appartato, mentre intorno la gente ride e festeggia.
O al cinema, da solo, ad aspettare la fine di un film di cui nemmeno ricordo il titolo.
Eppure quella solitudine è ancora qui.
Appiccicata.
Come una catena che non si spezza.
Le occasioni arrivano, poi svaniscono.
Sempre uguale.
Senza lasciare traccia.
Senza un perché.
E allora mi chiedo: perché?
Perché si ripete tutto questo, da anni, inesorabilmente?
Lasciando dietro solo ricordi che non riesco nemmeno più a contenere.