Il mio primo servizio al II Reparto Celere della Polizia di Stato fu un turno serale, a Padova.
Erano i primi anni Ottanta, credo il 1980 o il 1981.
Ero poco più che un ragazzo.
Ero stato assegnato al pronto impiego insieme a una squadra del Reparto.
Quella sera ero addetto al TS, il fucile che spara lacrimogeni.
A un certo punto arrivò l’ordine: prepararci immediatamente.
Alcune guardie carcerarie del carcere di Padova erano state prese in ostaggio da detenuti.
Salimmo sullo scudato e ci dirigemmo verso il centro città, davanti al carcere.
All’epoca non esisteva ancora quello dei “Due Palazzi”.
Ci fu ordinato di lasciare l’armamento individuale sul mezzo.
Io però dovevo portare con me il fucile TS e uno zainetto con i lacrimogeni.
Entrammo nel carcere.
Ci portarono sopra una lunga scalinata stretta, fino a una stanza dove alcuni funzionari stavano trattando con i rivoltosi, barricati all’interno insieme alle guardie.
A un certo punto il brigadiere Viola, che comandava la squadra, ci ordinò di disporci lungo la scala e prepararci per il cosiddetto “cordone di Sant’Antonio”.
Io non sapevo nemmeno cosa fosse.
Il brigadiere, con tono deciso, mi disse di sbrigarmi: da lì a poco i detenuti sarebbero usciti di corsa dalla stanza e dovevano essere colpiti lungo la discesa dai celerini, disposti sui lati della scalinata, con lo sfollagente.
Io non avevo lo sfollagente.
Avevo solo il fucile.
Lo guardai, senza sapere cosa fare.
Il brigadiere mi disse, quasi rimproverandomi, di usare il calcio del fucile.
In quel momento uno dei detenuti uscì e si accasciò proprio davanti a me, come per una caduta.
Il brigadiere mi ordinò di colpirlo.
Io non ci riuscii.
Appoggiai appena il calcio del fucile sulla sua spalla.
Lui mi guardò.
Uno sguardo stupito, quasi incredulo.
Poi si rialzò e se ne andò.
Poco dopo il servizio si concluse.
Rientrammo in caserma.
Quello era stato il mio primo servizio operativol II^ CELERE DI PADOVA
Avevo poco più di diciotto anni.