ANNI 80 – UNA SENSAZIONE DI PERICOLO

Anni 80

Erano gli anni Ottanta.
Ero stato da poco trasferito dal Reparto Celere di Padova alla Questura di Verona.
Il primo incarico fu alla UIGOS, l’Ufficio Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, quella che, di fatto, era la polizia politica della Questura.
Ricordo in particolare un servizio.
Ero insieme a un collega — se non sbaglio si chiamava Cecere — ed eravamo incaricati della scorta al giudice Pavone, procuratore capo della Repubblica di Verona, credo.
Eravamo fermi con l’auto di servizio in piazza Dante, una zona chiusa al traffico, vicino alla Prefettura e alla Procura.
L’auto era un’Alfa Romeo Giulia verde, un verde smeraldo che ancora oggi ricordo bene.
Stavamo attendendo l’uscita del procuratore.
A un certo punto scesi per prendere un caffè al bar nella stessa piazza.
Mentre lo sorseggiavo, guardando fuori dalla vetrina, notai qualcosa che mi colpì.
C’era una coppia seduta a un tavolino esterno.
Un’altra coppia, passando, si avvicinò e lasciò cadere un foglio di carta.
L’uomo seduto lo raccolse e lo lesse.
Un gesto rapido, ma non casuale.
Io ero in abiti civili, ma indossavo il giubbotto antiproiettile sotto una sahariana.
Probabilmente ero stato notato.
Tornato all’auto, avvisai il collega.
Poco dopo vidi quella coppia avvicinarsi con fare circospetto proprio verso la nostra auto.
Rimasero lì qualche istante, poi si allontanarono.
Non accadde nulla.
Ma ricordo bene la sensazione.
Era un periodo in cui le Brigate Rosse erano ancora attive, e certi segnali non potevano essere ignorati.
Dopo alcune settimane, anche per altre ragioni che spiegherò, decisi di non voler più svolgere quel tipo di servizio.
Chiesi di essere trasferito ai servizi ordinari in uniforme.

Ricordo anche un altro episodio.
Una sera partii da Vicenza, da casa mia, e presi il treno per Verona.
Mi sedetti nell’ultimo scompartimento dell’ultimo vagone.
Indossavo il cappotto dell’uniforme e avevo in tasca la pistola d’ordinanza, una Beretta modello 51, con caricatore monofilare da otto colpi.
Mi assopii per un attimo.
Poi sentii la porta dello scompartimento aprirsi.
Alzai lo sguardo.
Nel corridoio c’erano due uomini e, tra loro, una donna.
Lei teneva la mano destra dentro la borsetta.
Istintivamente mi alzai, con la mano nella tasca, e incrociai i loro sguardi.
Per un attimo ebbi paura.
Non accadde nulla.
Non feci nulla.
E neppure loro.
Dopo qualche istante se ne andarono.
Raggiunsi Verona e mi recai in Prefettura, dove svolsi il servizio notturno insieme a un appuntato di origine slovena, se non ricordo male.