Sono le 00.53.
Sono in servizio e mi sono appena appostato con l’auto dietro una siepe fiorita, nell’ombra dei fari che illuminano il parcheggio.
Dagli specchi retrovisori vedo chiaramente lo stand del food, acceso, quasi fuori posto in questo silenzio.
Penso al tempo che sto vivendo adesso.
A come spesso si riduca a un’attesa: mancano poco più di quattro ore alla fine del turno.
E intanto mi accorgo che mi sfugge l’istante.
Il presente.
Questo momento che non tornerà più, se non nei ricordi — belli o brutti, ma comunque parte di ciò che sono.
Allora mi fermo.
Mi tolgo dai pensieri.
E nel silenzio, il buio dà voce al mio respiro.
Mi accorgo di quanto raramente ci faccio caso.
Eppure è lui che mi tiene in vita.
Come il tempo… che scorre senza chiedere permesso.
Entrambi passano attraverso di me, e troppo spesso non li vedo.
Poi, all’improvviso, l’allarme.
Il sensore di movimento rompe tutto con il suo stridio.
Lo sguardo scatta verso l’accesso.
Nulla.
Scendo.
Controllo.
Tutto è in ordine.
Ed è proprio questo che mi inquieta.
Black ringhia.
Non vedo nulla, ma lui insiste.
Lo fa anche a casa, sempre più spesso.
Esce dalla stanza, guarda nel corridoio, poi torna da me… mi fissa… mi sveglia.
Come se percepisse qualcosa che a me sfugge.
Ora è tornato il silenzio.
Ma non è più lo stesso.
Alle cinque finirà il servizio.
Tornerò a casa.
Ma questa notte…
questa notte resterà con me.
